L’ANGOLO DEI BLOGGER. La Galleria Borghese diventa il campo di battaglia di una vecchia guerra italiana: quella tra chi vuole risolvere i problemi e chi preferisce custodirli. Avere paura di un concorso di idee, nel paese che ha inventato il Rinascimento, è forse il segnale più preoccupante di tutti

Cominciamo dai fatti, che in questa storia vengono trattati come ospiti sgraditi. La Galleria Borghese è uno dei musei più belli del mondo – Bernini, Caravaggio, Raffaello, in un casino del Seicento immerso nel verde di Villa Borghese. Un posto che farebbe commuovere chiunque, se solo riuscisse a entrarci.

Per visitarla devi prenotare con settimane di anticipo, oppure passare dal bagarino. Esattamente come al Colosseo vent’anni fa. La direttrice Francesca Cappelletti convive con questa assurdità ogni giorno: i biglietti esauriti, l’accesso contingentato, i disabili senza soluzioni dignitose, e oltre duecento opere di valore inestimabile chiuse nei magazzini perché non c’è spazio per esporle. Duecento opere. Nei depositi. Invisibili.

Di fronte a questo, una grande società di ingegneria decide di fare una cosa semplice e generosa: investire quasi un milione di euro per lanciare un concorso internazionale di idee. Nessun cantiere deciso, nessun progetto già pronto. Solo una domanda rivolta ai migliori architetti del mondo: avete idee su come migliorare accessibilità e fruibilità del Museo, progettando un nuovo edificio “contermine”? Il tutto regalato al museo e alla città. Lo Stato deciderà cosa farne.

La risposta dell’Italia — quella parte che ha elevato l’immobilismo a virtù — è stata prevedibile.

Tomaso Montanari, storico dell’arte di grande acume e pari determinazione polemica, ha parlato di scempio. Il vicepresidente della Camera Fabio Rampelli ha chiesto le dimissioni della direttrice, colpevole di aver aperto un concorso di idee come se fosse il giardino di casa sua. Da sponde politiche opposte, con argomenti diversi, la conclusione è identica: non si fa.

Queste posizioni hanno una loro dignità. La tutela del patrimonio è un valore serio, e la storia italiana è piena di interventi sbagliati su luoghi preziosi. La cautela, quando è ragionata, merita rispetto.

Il problema sorge quando la cautela smette di essere uno strumento critico e diventa un riflesso automatico. Quando “non si tocca” non è il frutto di un ragionamento ma il punto di partenza. Quando chiamare i migliori architetti del mondo per sentire cosa pensano viene trattato come un attentato al patrimonio nazionale.

C’è un filo che attraversa queste polemiche, e vale la pena nominarlo. Ogni volta che l’Italia prova a fare qualcosa — un concorso, un ampliamento, una soluzione a un problema che dura da decenni — si apre lo stesso copione. Da una parte chi propone, dall’altra chi si oppone. In mezzo, il tempo che passa e il problema che resta. È la versione culturale di quella contrapposizione che non è mai davvero di destra o di sinistra: è tra chi considera l’esistente il migliore dei mondi possibili e chi ritiene che migliorare le cose sia un atto dovuto. Tra chi pensa che il passato vada custodito nell’ambra e chi crede che il modo migliore di onorarlo sia renderlo vivo. Tra il fare e l’oblio quieto di chi non fa.

Francesco Rutelli, ex sindaco di Roma e ministro della Cultura, è tra coloro che sostengono il progetto. Ha già vissuto una storia simile: l’Ara Pacis, trent’anni fa, subì le stesse accuse. «Da ministro fui denunciato in sede civile e penale», ha ricordato. Oggi quella teca è uno spazio frequentatissimo e amato. Vittorio Sgarbi era contrario; lo era anche a CityLife a Milano. I fatti hanno la testa dura.

Luca Telese, che alla conferenza stampa era presente, ha colto il paradosso nel modo più diretto: la direttrice Cappelletti veniva processata per aver fatto il suo dovere. Una società privata mette quasi un milione di euro per aiutare un museo pubblico, senza ricavarne nulla se non reputazione, e viene trattata con il sospetto riservato a chi vuole cementificare una riserva naturale.

Marco Lombardi, l’amministratore delegato di Proger, lo ha detto con disarmante chiarezza: «Proger è un’azienda sana che guadagna e che può permettersi un’operazione come questa». Il profitto non è una parolaccia. È quello che consente certi gesti. E il gesto è questo: chiamiamo i migliori del mondo, come è accaduto con il Louvre e con il Pompidou, e sentiamo cosa propongono. Poi decide lo Stato.

Il conformismo, in Italia, non ha colore politico. È trasversale e robusto. Rampelli è di FdI, Montanari è di tutt’altra cultura: eppure si trovano sulla stessa barricata. È quella voce che sussurra: meglio niente che qualcosa che potrebbe andare storto. Una voce che dimentica, sistematicamente, che anche non fare è una scelta — e che ha un costo.

I duecento dipinti nei magazzini non sono un rischio astratto. Il bagarino fuori dalla Galleria non è una metafora. Il disabile che non accede è una persona.

Scipione Borghese, che quella collezione l’ha messa insieme con un’ambizione che i suoi contemporanei giudicavano certamente eccessiva, avrebbe capito. Lo ha scritto Salvatore Merlo sul Foglio, e non è una battuta retorica: è la sintesi di qualcosa di vero. La grandezza di quel luogo non è nata dalla paura di sbagliare. È nata dall’audacia di immaginare.

Un concorso di idee non è un cantiere. Non è nemmeno una proposta definitiva. È una domanda. Avere paura di una domanda, nel paese che ha inventato il Rinascimento, è forse il segnale più preoccupante di tutti.